Insegnamento della Storia delle Religioni

In “Inchiesta sul Cristianesimo” di Corrado Augias e Remo Cacitti (Mondadori) scrive Remo Cacitti:

L’insegnamento della religione, denominato «insegnamento della religione cattolica», viene dismesso dallo Stato e appal­tato alla Chiesa cattolica romana in tutte le scuole di ogni ordi­ne e grado, a eccezione dell’università. Spetta infatti a ogni singolo ordinario diocesano la formulazione dei programmi, il reclutamento degli insegnanti e, addirittura, la vigilanza sulla condotta privata di questi ultimi, per cui, se essa viene ritenuta incompatibile con la morale cattolica, il docente può venire rimosso. Al di là degli aspetti giuridici della situazione –     la Costituzione garantisce, all’art. 33, che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», mentre spetta allo Stato dettare «le norme generali sull’istruzione» -, l’insegna­mento della religione cattolica si configura come l’estensione in ambito scolastico della catechesi di quella Chiesa, garantita, al pari di ogni altra forma di fede religiosa, dall’art. 19 della Costituzione stessa.

Qui sta il punto: ovviamente, se nessuno contesta questo di­ritto costituzionale, ciò che appare del tutto indebito è che la catechesi confessionale si sostituisca all’insegnamento pubbli­co, poiché la prima deve conformarsi a un sistema teologico (il dogma), l’altro è, come sancito nella Carta fondamentale, as­solutamente libero. Che non si tratti di sottigliezze lessicali possiamo constatarlo con un esempio: di fronte alle attestazio­ni evangeliche secondo cui Gesù aveva quattro fratelli e alcu­ne sorelle (Mc 6,3, Mt 12,46. Gv 7,3, At 1,14), il docente di reli­gione può, in buona e formata coscienza, farsi persuaso che si tratti di veri e propri fratelli e sorelle, ma non potrà mai inse­gnarlo, pena la revoca dell’incarico per difformità dalla dottri­na ufficiale della Chiesa. Nell’attuale ordinamento, lo studen­te è libero di avvalersi o no dell’insegnamento della religione; per chi non se ne avvale, tuttavia, non è previsto alcun altro ti­po di libero insegnamento di storia religiosa, a meno che, vo­lontaristicamente, qualche professore non si industri a impar­tirlo (e ne ho conosciuti di bravi, validi e appassionati).

C’è, in quest’abnorme situazione, un ulteriore elemento di contraddizione. In quasi tutte le università italiane sono atti­vate le discipline dell’area storico-religiosa, ambito che proprio in Italia ha conosciuto una fioritura di prestigio assoluto, da Baldassarre Labanca a Ernesto Buonaiuti a Raffaele Pettaz­zoni a Ernesto De Martino, per tacere dei tanti altri che, ieri come ancora oggi, onorano con il loro sapere la ricerca scienti­fica. Eppure, questo prezioso patrimonio di conoscenze, tra­smesso a intere generazioni di allievi, rimane, recluso nelle aule universitarie, sterile e infecondo, poiché nessun laureato in tali materie può andare liberamente a insegnare ciò per cui è stato formato, con uno spreco inammissibile di risorse uma­ne, culturali, scientifiche ed economiche.

Se si conviene sull’importanza della conoscenza dei feno­meni religiosi, è indispensabile procedere, e con urgenza, al superamento di questa situazione: lasciando immutati i termi­ni degli accordi concordatari cui facevo sopra riferimento, ba­sterebbe soltanto introdurre, nell’attuale ordinamento, una classe di concorso di storia religiosa, in tutto e per tutto simile a quelle già esistenti di lettere o scienze o storia dell’arte o ma­tematica e via declinando. Così, a insegnare storia religiosa nelle nostre scuole sarebbero docenti valutati esclusivamente in ordine alla loro preparazione scientifica e alla loro capacità didattica, come per tutte le altre discipline, senza alcuna pre­giudiziale di qualsivoglia natura: «Presto o tardi» scriveva agli inizi del Novecento Salomon Reinach a Salvatore Minoc­chi «la storia delle religioni si insegnerà nelle scuole seconda­rie, accanto alla storia, alla filosofia, alle scienze. Non vi si in-segneranno né la fede né lo scetticismo, ma fatti certi; vi si insegnerà soprattutto agli scolari a riflettere sopra così gravi questioni, e a concedere a esse tutta l’attenzione, dirò meglio, tutto il rispetto che meritano. Invece di dire “io credo”, oppu­re “non credo”, essi potranno dire in certo modo “io so”» (Sal­vatore Minocchi, L’insegnamento religioso nelle scuole italiane, in «La cultura contemporanea», 4, 1912).

A quasi un secolo da quest’auspicio, la situazione non è mutata, anzi, è francamente peggiorata: perfino nelle univer­sità gli insegnamenti di storia e letteratura religiosa sono rifluiti nei macroraggruppamenti della medievalistica o delle scienze dell’antichità, in spregio alla loro autonomia. Sarà più probabile, temo, che anche all’università queste discipline diventino un’appendice più o meno trascurabile delle altre sto­rie e delle altre letterature, piuttosto che assumano configura­zione autonoma nei vari gradi e ordini della scuola italiana.

La proposta dell’insegnamento della Storia delle Religioni gestita dallo stato esclusivamente, indipendentemente e, per quanto possibile, con criteri scientifici, mi pare una buona idea per vari motivi:

a)  Lo stato si riapproprierebbe del diritto/dovere di una istruzione sopra le parti.

b) Visto che, per il momento, non sarebbe realistico eliminare l’ora di religione gestita dalla Chiesa Cattolica, si avrebbe almeno una voce diversa e gli allievi (e i genitori) avrebbero modo di scegliere e confrontare i contenuti ed i metodi tra la ricerca scientifica e la fede…

c) Senza pretendere subito uno spazio nuovo nei programmi scolastici, difficile per vari motivi, per il momento si potrebbe fare in modo che gli studenti che non seguono la classica ora di religione avessero l’obbligo di frequenza all’ora di storia delle religioni.

d) Buone basi di conoscenze sulla storia del pensiero e delle espressioni religiose sarebbero assai utili per una religiosità personale libera, consapevole e più seriamente fondata…..

e) Si attenuerebbe in qualche modo l’indottrinamento ai minori…..

Che ne pensate?

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