Eluana: l’Italia alla prova

Da Bioetica:

Ora che Eluana è finalmente libera, e mentre i suoi carcerieri delusi minacciano di sfogare la loro rabbia impotente su chi resta, è tempo di chiedersi cosa ci ha insegnato la sua vicenda. Vicenda estrema, singolare, che ha messo alla prova il paese, facendone emergere alcuni tratti, pur già in gran parte noti, con evidenza indiscutibile. In primo luogo, il rifiuto della legalità. Molti hanno già notato l’eccezionalità del percorso decennale di Beppino Englaro, il suo carattere così spiccatamente anti-italiano: la ricerca ostinata della sanzione pubblica e legale di ciò che intendeva compiere. Il suo rivolgersi ostinato ai tribunali, nella luce del sole, quando quasi tutti avrebbero invece fatto ricorso di nascosto a un infermiere compiacente. Da qui la paradossale condanna di chi ne avversava gli scopi, come se l’ossequio alla legge violasse una legge più alta, non scritta: la legge per cui certe cose vanno regolate nel buio delle proprie case, senza causare pubblico imbarazzo, senza pretendere diritti. E il paradosso si fa ancora più stridente quando a esortare a lavare i panni in famiglia è chi allo stesso tempo con voce più stridula definisce «omicidio» la liberazione di Eluana. Così Giuliano Ferrara – lui sì arci-italiano – può un giorno definire «boia asettico e clinico» l’ultimo medico di Eluana (in un articolo che ha conquistato un posto negli annali dell’infamia giornalistica), e il giorno dopo, in una lettera al Corriere, giustificare l’esistenza di una «zona grigia», in cui le regole siano «interpretate con discrezione e amore, caso per caso» (corsivo mio), causando la perplessità persino di Angelo Panebianco. Già, la discrezione. Parola soave per un elogio di quell’ipocrisia che molti definiscono «cattolica», e che sicuramente è italiana; in cui l’ossequio formale alla virtù nasconde l’esercizio privato del vizio. Prezioso ausilio per un potere premoderno, che non riconosce diritti – che lo obbligherebbero e lo limiterebbero – ma consente astutamente nascoste valvole di sfogo per la frustrazione dei sudditi. Parallelo a questo, e per molti versi ancora più preoccupante, è emerso in questi giorni il rifiuto totale della separazione dei poteri dello Stato. In centinaia di commenti e di prese di posizione, non solo del ragazzotto integralista ma anche del giornalista, del politico, dell’uomo delle istituzioni, financo del giurista, era del tutto palese il pensiero che, se una sentenza della magistratura non mi piace; se personalmente la ritengo errata, o contraria a qualche principio che mi è caro; allora ho tutto il diritto, quando ciò sia in mio potere, di riformarla con una legge o persino con un atto amministrativo. Non si tratta solo di ignoranza giuridica, come quella che ha fatto sproloquiare tanti su una magistratura che in questo caso avrebbe usurpato il posto del legislatore; no, si tratta di insensibilità totale a uno dei principi cardine dello Stato liberale. Il segno è funesto, quando vediamo troppi gioire se un governo in pieno delirio di onnipotenza tenta di schiacciare con ispezioni pretestuose e con cavilli legali un singolo inerme e il suo diritto conquistato in una corte di giustizia. Quando del resto c’è chi teorizza apertamente che la legge di Dio è superiore a quella degli uomini, l’esito non può che essere questo.

Seguito

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