La nostra sacra libertà di morire

Da Associazione Luca Coscioni

Per il teologo Mancuso il testamento biologico è consapevolezza spirituale e liberazione dalla natura biologica

Il testamento biologico rimanda al  rapporto tra l’uomo e la sua natura, tra la volontà umana e la biologia umana. Che tipo di rapporto è? Qual è il criterio che lo norma? Per rispondere a questa domanda è necessario chiarire il più complessivo rapporto tra uomo e natura, ed è questo l’obbiettivo del mio intervento. La mia tesi consiste nel sostenere che oggi la nostra società è dominata da due idee di natura contrapposte e parziali, che richiedono di essere entrambe superate, e che sono da un lato la visione cattolica tradizionale della natura (non la creazione) e dall’altro l’evoluzionismo (non l’evoluzione); la tesi continua col sostenere che proprio il superamento di queste due visioni parziali conduce a cogliere nella libertà consapevole e matura il senso dell’evoluzione naturale, traendone infine delle conseguenze per il dibattito odierno sul testamento biologico, o comunque si voglia chiamare la possibilità concessa al paziente di dare in anticipo delle direttive per quelle circostanze in cui non fosse più in grado di esercitare questo suo fondamentale diritto.

Parto da un dato di fatto: la maggior parte dei medici occidentali (non parliamo neppure dei biologi) sono atei o agnostici. Proprio quelle persone che dedicano la vita alla cura delle sofferenze altrui, per la maggior parte, nel foro interiore della loro coscienza, fanno a meno di Dio. Come spiegarlo?

La teologia deve cercare il motivo di questo fatto non fuori di sé, dando la colpa al relativismo del mondo, ma esaminando attentamente se stessa. Io penso che il motivo consista nella teologia tradizionale della natura, la quale ha smesso da tempo di risultare convincente per la coscienza contemporanea, come hanno riconosciuto alcuni grandi teologi del Novecento tra cui Dietrich Bonhoeffer e Pierre Teilhard de Chardin. La visione teologica tradizionale sostiene che Dio governa direttamente la natura e che pensa ogni uomo singolarmente, ragion per cui la vita umana è sacra essendo dono diretto di Dio.

Questa visione si scontra con la realtà quotidiana delle malattie, fatalità, sofferenze che si abbattono sugli uomini senza alcuna logica. Le teorie del passato che rintracciavano una logica alle sofferenze umane mediante il nesso malattia-colpa, ovvero pensando la malattia come punizione di Dio, oggi (almeno qui da noi in occidente) sono per fortuna scomparse.

Anche l’altra risposta tradizionale, cioè che la sofferenza è voluta da Dio per espiare i peccati del mondo e così salvare gli uomini, ha cessato di risultare credibile: come si fa a sostenere che Dio è onnipotente ed è amore, e poi che ha bisogno di far soffrire gli innocenti per attuare la sua salvezza? Neppure ha senso alcuno sostenere che Dio non vuole la sofferenza (né direttamente né indirettamente, dice il Catechismo) ma solo la permette in vista di un bene maggiore: infatti come si fa a permettere una cosa; se non almeno indirettamente volendola? Senza calcolare che attribuire questa logica a Dio significa farlo agire secondo la logica moralmente deprecabile del fine che giustifica i mezzi. Occorre prendere atto che i due paradigmi teologici del passato, dolore colpevole e dolore necessario, non reggono più.

Il quadro che emerge è che la natura risulta abitata da un inspiegabile carico di dolore, il quale porta chi ogni giorno lo deve fronteggiare, cioè, per l’appunto i medici, a rifiutare l’idea di un Creatore che si prende cura di ogni suo singolo figlio, e quindi all’ateismo o all’agnosticismo.

Il cattolicesimo sostiene la sacralità della vita, ma non si può fare a meno di prendere atto con costernazione che il primo che non se ne cura sembra esserne proprio l’Autore. In diretta contrapposizione all’idea di una natura governata dall’alto si è sviluppata la filosofia darwinista dell’evoluzionismo.

Continua

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